Tieni tempo?
Si è conclusa la seconda edizione di “𝗧𝗶𝗲𝗻𝗶 𝗧𝗲𝗺𝗽𝗼?”, l’incontro nazionale organizzato da Caritas Italiana che ha riunito i giovani impegnati nelle Caritas di tutta Italia.
Anche Caritas Firenze era presente con Giada e Alessandro, accompagnati dall’operatrice Sabrina, per vivere insieme a tanti coetanei un’esperienza di confronto, crescita e condivisione.
Due parole hanno guidato questi giorni intensi: #Cazzimma e #Speranza.
La prima, nel suo significato più autentico, rappresenta la grinta, la tenacia e il coraggio di affrontare le sfide trasformandole in opportunità. La seconda è quella luce che si accende anche nei momenti più bui: è la forza di continuare a cercare il bene, sempre.
“Tieni Tempo?” non è solo un evento, ma un vero e proprio cammino in cui i giovani riscoprono il loro ruolo attivo nella Chiesa e nella società, intrecciando relazioni, sogni e impegno per costruire comunità più giuste e solidali.
Scorri la pagina e leggi le riflessioni di Sabrina, Giada e Alessandro!

Sabrina Carbone, operatrice Caritas Firenze
"I tre giorni a Napoli in occasione della seconda edizione di “Tieni Tempo?”, organizzata da Caritas Italiana per i giovani attivi nelle Caritas diocesane, sono stati densi e difficilmente riassumibili in poche righe.
Illuminante è stato sicuramente l’incontro con don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, e la sua provocazione: “Siete protagonisti o rimorchiati?”. Le sue parole preziose hanno risuonato come un invito a vivere la vita appieno, ricordandosi che cadere fa parte del gioco e rialzarsi è sempre possibile, anche con l’aiuto degli altri. Riconoscere i propri errori e ricominciare nella speranza, facendo ciò che si può con ciò che si ha, senza mai smettere di credere in sé stessi.
Come ha raccontato Francesco Sica, da dj nei luoghi più iconici della nightlife europea a teologo e insegnante di religione nelle scuole della provincia di Napoli, che ha fatto ballare tutti a conclusione della prima giornata.
Sorprendente è stata Nisida, la cui strada in salita percorsa a piedi per arrivare al carcere minorile parla la stessa lingua di quelle esperienze. È lunga e un po’ ripida, forse faticosa, ma con un panorama sensazionale da godersi lungo il cammino: cogliere le occasioni che la vita ci pone davanti, cogliere il bello anche nella fatica. Questo è ciò che è emerso anche dalle testimonianze degli educatori dell’IPM, che hanno raccontato un lavoro non semplice, ma dove le soddisfazioni si possono trovare anche nelle cose più piccole, o nelle storie di due ragazzi ospiti del carcere minorile, che si sono messi a disposizione per raccontare soprattutto il loro presente e le loro prospettive future, perché dagli errori si può sempre rimediare.
Ispiratrice è stata la tenacia dei giovani di Soccavo, impegnati – per sé stessi ma soprattutto per la propria comunità – su tematiche importanti come l’emergenza educativa, il lavoro e il protagonismo giovanile, e sulla crisi bradisismica che pone gli abitanti di fronte a un interrogativo non facile: andarsene o restare.
Affascinante Pozzuoli, con la sua cattedrale-tempio dal soffitto stellato e le panche ondulate a memoria dello sbarco di San Paolo, il Rione Terra con i suoi vicoli vuoti e il prezioso progetto “Puteoli Sacra”, riscatto sociale per i giovani provenienti dall’area penale del territorio.
Audace il Rione Sanità e le parole di don Antonio Loffredo, che ha sottolineato la centralità dell’essere comunità e dei giovani di un territorio, e l’importanza di offrire e cogliere occasioni. L’incontro con la Fondazione di Comunità “San Gennaro”, la visita alla chiesa blu di Santa Maria Maddalena in via dei Cristallini, la Cooperativa “La Paranza” che ci ha accompagnato durante la visita alle Catacombe di San Gennaro: tutte sono state testimonianze tangibili della potenza di chi lavora per cambiare le cose e costruire presente e futuro , diventando speranza per sé stessi e per gli altri, con tanta “ cazzimma ”.
Per me, giovane che lavora con i giovani, tutti questi vissuti, parole ed esperienze hanno risuonato al doppio della frequenza.
Tre giorni che confermano quanto l’impegno, la passione e la comunità possano davvero trasformare il territorio e le vite di chi lo abita, insegnando a credere nei sogni e nella possibilità di fare la differenza nella propria vita e in quella degli altri." - Sabrina Carbone
Giada Rinaldi, volontaria Young Caritas Firenze e già operatrice volontaria in servizio civile
"Molto spesso ci chiediamo cosa sia questa famosa cazzimma napoletana. Provo a spiegarla da quello che vissuto in questi tre giorni vissuti a Napoli con Caritas.
Alessandro De Prophetis, operatore volontario in servizio civile
“La seconda edizione di “Tieni Tempo?” si è svolta all’insegna della condivisione e della fraternità, come d’altronde auspicato dal Direttore di Caritas Italiana, Don Marco Pagniello, quando siamo stati accolti nell’Eremo di Camaldoli. A livello personale, le esperienze che mi hanno segnato maggiormente sono proprio le testimonianze che sono state condivise: sia quelle nel programma, di chi da decenni si prodiga ad assistere i più deboli, sia di altri ragazzi, che ho avuto il piacere di conoscere, e con cui ho trascorso questi tre giorni. Di seguito, ne riporto tre – per ragioni di spazio – tra quelle che mi hanno segnato maggiormente, con annessa qualche piccola riflessione.
Subito dopo l’accoglienza, Mons. Pasquale Battaglia, Arcivescovo di Napoli, ha condiviso con noi alcune storie che hanno influenzato il suo percorso di vita, e, inevitabilmente, hanno influenzato anche il nostro. Storie come quella di Stefano, segnata da drammi familiari prima, e dalla dipendenza dopo, non possono non fare breccia in chi ascolta, e da subito mi hanno fatto comprendere che cazzimma e speranza sarebbero stati i due cardini per i giorni a venire.
Come più volte ci è stato spiegato, infatti, la cazzimma, intesa in senso positivo, indica la capacità di superare gli ostacoli con scaltrezza e determinazione, e Stefano, a partire dall’incontro con Mons. Mimmo Battaglia, lottò per uscire dal dramma della dipendenza e riuscì, facendo appello a tutta la speranza e alla voglia di vivere che aveva in sé, a riprendere in mano la propria vita.
Così come quella di Stefano, anche le storie provenienti dal Carcere minorile di Nisida sono state molto significative: grazie agli educatori del carcere, due ragazzi ci hanno parlato della loro esperienza, e mi hanno stupito la consapevolezza che hanno mostrato riguardo alla loro condizione, ma soprattutto l’umanità con cui ci hanno confidato il loro sogno di diventare parrucchiere l’uno e cuoco l’altro. Questo incontro, infatti, mi ha dato modo di riflettere su come, nei confronti di mondi come il carcere, io spesso abbia uno stigma, nonostante i miei tentativi di accogliere le esperienze altrui senza pregiudizi.
E proprio per costruire un futuro migliore, contro i pregiudizi dilaganti sul Rione Sanità, si è adoperato Don Antonio Loffredo mentre era Parroco del Rione, in cui ci ha accolto e di cui ci ha parlato. In un quartiere in cui i giovani spesso crescevano in una sistematica mancanza di prospettive, la trasformazione a cui ha dato avvio ha avuto come caposaldo il “fare”: ovvero,
adoperarsi testardamente per dare al Rione e a chi lo vive non solo la speranza, ma la possibilità concreta di un’alternativa al venire inghiottiti dalla criminalità.
La resistenza di chi ha contribuito a dare nuova vita al Rione Sanità, la forza di volontà di chi vive da protagonista in spazi complessi come il carcere – che sia da una parte o dall’altra delle sbarre –, l’umanità di chi da sempre mette se stesso a servizio della comunità, dei più deboli, degli ultimi, mi hanno trasmesso degli insegnamenti per cui sono grato e che non avrei potuto ricevere con lo stesso vigore, se non fosse stato per questa esperienza.
Concludo la mia riflessione con lo stesso brano che l’ha aperta, tratto dalla testimonianza del Mons. Battaglia: dopo il riscatto, e dopo aver aiutato anche altri ragazzi ad uscire dal tunnel della dipendenza, Stefano è stato portato via prematuramente dall’AIDS, ma le ultime parole che consegnò al Mons. Battaglia di fronte alla morte rimarranno il dono più grande che mi è stato fatto in questi tre giorni:
“Mimmo, non ho paura, lotterò. La guarderò negli occhi, perché mi deve trovare vivo. Ma tu che puoi, dillo ai ragazzi, dillo a tutti i ragazzi, che questa vita è bellissima e vale la pena viverla. E viverla fino in fondo.” - Alessandro De Prophetis










